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Cos’è il così detto “inceneritore a zero emissioni”
Cristiano Spaggiari spiega in un’intervista cos’è e come funziona il suo “inceneritore che non inquina”
2 Commenti »di Davide Capalbo | in Energianov 14, 2011
In questi giorni sull’edizione di Parma di Repubblica e su altre testate locali è stata data notizia del così detto “inceneritore a emissioni zero”, che riuscirebbe a smaltire 130 mila tonnellate di rifiuti senza emettere niente nell’aria. Per capire che cos’è e come funziona, abbiamo fatto qualche domanda direttamente a Cristiano Spaggiari.
Cristiano Spaggiari ha 37 anni e ha un’azienda di impianti a Reggio Emilia. Lo scorso anno ha incontrato l’ingegner Goggi in un cantiere su cui lavoravano insieme. L’ingegner Goggi detiene il brevetto da 9 anni, ne ha parlato con Spaggiari, Spaggiari se ne è interessato e dopo aver verificato che l’idea era buona ha deciso di provare a realizzarla. Gli ho telefonato per sentire la sua versione dei fatti.
Per cominciare gli ho chiesto che cos’è il suo inceneritore pulito. Mi ha risposto che «l’impianto non è un termovalorizzatore, ma un impianto di smaltimento rifiuti totalmente ecologico, in quanto non “brucia” i rifiuti, ma li scompone a livello molecolare». Lo fa per mezzo della pirolisi, un processo che esiste anche in natura, e dunque non è brevettabile. Il brevetto, infatti, è sull’impianto.
Mi sono fatto coraggio e, forte del mio 7 in chimica al liceo, ho chiesto allora a Spaggiari di spiegarmi un po’ meglio come funzionerebbe il suo impianto: cosa succede ai rifiuti, cosa diventano dopo la scomposizione molecolare, dove vanno a finire. Dice che il funzionamento dell’impianto è in realtà molto semplice, cosa che mi tranquillizza. «Può smaltire ogni tipo di rifiuti eccetto quelli radioattivi. Tutto ciò che è organico, compresi petrolio e derivati del petrolio, può entrare nell’impianto. Quando i rifiuti arrivano all’impianto, per prima cosa tutto ciò che è riciclabile ‒ carta, plastica, vetro, lattine ‒ viene riciclato. Il resto viene sminuzzato e ridotto a cubetti della grandezza di un centimetro. Questi vengono congelati e ridotti in polvere, un po’ come i toner delle stampanti. La polvere così ottenuta è il carburante per il forno della pirolisi: si porta il valore della fiamma a 2000 gradi e i rifiuti vengono scomposti molecolarmente. Dalla pirolisi, cioè, vengono prodotti idrogeno e anidride carbonica. I resti della scomposizione (“Non si tratta di combustione, ma di scomposizione molecolare”, mi ha corretto mentre prendevo appunti, Ndr) vengono immersi in acqua refrigerata e si cristallizzano».
Bene, dico, ma tutta questa roba dove va a finire? «L’idrogeno può essere usato puro, o in una miscela con metano, per produrre energia, e come scarti ha solo acqua utilizzabile per il riscaldamento. La CO2, opportunamente depurata, viene incamerata in bombole e venduta per usi industriali. I rifiuti cristallizzati hanno ottenuto certificazione dell’Enea per essere utilizzati come inerti per cantieri». Quindi le emissioni ci sono, ma vengono ricilate.
Mi dice che il costo dell’impianto va dai 240 ai 250 milioni di euro. Gli ho chiesto come facciamo ad essere sicuri che funzionerà, perché prima di fare un investimento bisogna pensarci bene. «Posso dimostrare che l’impianto è funzionante e fa ciò che dico. È già stato certificato l’impianto pilota dal tuv, dall’Enea e dal Politecnico di Milano; inoltre ho nelle mie disponibilità i video e i report dei test». Prosegue, poi, spiegandomi che sarebbe un investimento molto vantaggioso per Parma, dove da anni si parla di fare un inceneritore. «L’inceneritore di Parma costerebbe tra i 200 e i 240 milioni di euro e brucerebbe tra le 100 e le 140 mila tonnellate di rifiuti all’anno con un impatto ambientale pesantissimo e un ritorno dei capitali investiti stimato tra i 10 e i 20 anni. Il mio impianto costerebbe qualche milione di euro in più, ma sarebbe realizzato per l’80% sotto terra, smaltirebbe 130 mila tonnellate di rifiuti all’anno senza immettere nulla nell’aria e produrrebbe lo stesso teleriscaldamento dell’inceneritore, più 50 mw/h di energia elettrica. Il tempo di ritorno dell’investimento sarebbe di 4 anni».
Spiega poi che il problema più grande non è trovare i soldi, ma le amministrazioni interessate. È notizia di ieri (di sabato) che un fondo estero si sarebbe offerto di finanziare la realizzazione di un impianto. Il punto in cui si incontrano resistenze è quello dell’iter burocratico e delle amministrazioni, che sono restie. «Io e alcune altre persone interessate al progetto stiamo pensando di mettere su un’azienda dedicata, per costruire uno di questi impianti in Italia e dimostrare che funziona, visto che le amministrazioni pubbliche si tirano indietro».













signor Cristiano Spaggiari: impianti con un principio analogo – Thermoselect – furono chiusi e la tecnologia non si diffuse.
l’eventuale impianto a pirolisi a parma sarebbe migliore? perchè? grazie. marco morosini
http://it.wikipedia.org/wiki/Thermoselect
Karlsruhe
Il principale impianto dell’azienda si trova in Germania, a Karlsruhe, e dispone di 3 linee di smaltimento termico dei rifiuti con una capacità annua di 250.000 tonnellate; venne aperto nel 1999. Nel 2004 la proprietaria dell’impianto EnBW Energie Baden-Württemberg AG ha però deciso di interrompere le attività.
Chiba
L’impianto giapponese di Chiba (nella periferia di Tokyo) dispone di 2 linee di smaltimento con una capacità annua di 100.000 tonnellate. La licenza Thermoselect in Giappone è detenuta dalla Japan Waste Management Association che, nel 2000, ha ottenuto il permesso di commercializzarla.
Mutsu
Il secondo impianto giapponese si trova invece a Mutsu, dove disponde di 2 linee di smaltimento con una capacità annua di 140.000 tonnellate.
Verbania
In Italia l’unico impianto dell’azienda si trovava a Fondotoce (frazione di Verbania), nei pressi del Lago Maggiore, nella zona industriale limitrofa al comune di Gravellona Toce. Venne costruito tra il 1991 e il 1992; la sua entrata in funzione avvenne nel marzo 1992 con una capacità di trattamento di 30.000 tonnellate annue.
Diverse denunce di inquinamento, tra cui quella di presunto sversamento di cianuri nel rio Stronetta (affluente del Lago Maggiore) nel periodo 1992-1995, hanno portato alla chiusura dell’impianto nel 1999, dopo diverse polemiche tra chi era favorevole alla presenza di un impianto così all’avanguardia e tra chi era contrario. Attualmente la struttura è stata demolita e l’area, sottoposta a bonifica, è ora destinata ad altre attività.
Ho girato la domanda a Cristiano Spaggiari, il quale ha girato a sua volta la domanda all’ingegner Giorgio Goggi. Ecco la risposta dell’ingegnere:
«L’impianto Thermoselect si basa su un principio totalmente diverso dal nostro, tant’è che una delle accuse riguardava lo sversamento di liquidi inquinanti in un corso d’acqua.
Come detto più volte risulta difficile spiegare differenze tecniche e tecnologiche a chi tecnico non è, pertanto senza il dovuto tempo di preparazione della risposta posso solo dire che il nostro impianto non ha punti di contatto con l’esterno: NON SCARICA NÉ SOLIDI NÉ LIQUIDI NÉ GAS.
Una risposta più dettagliata e circostanziata potrà essere redatta nei prossimi giorni.»