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Dal Sol dell’Avvenire al tramonto del berlusconismo
Di un ventennio di malapolitica. Di un Paese deturpato. Di un popolo privo di speranza
1 Commento »di Johnny Felice | in Editoriali, Politicanov 15, 2011
Dicono che sia andato via con dignità, nel pieno rispetto delle istituzioni: che il suo passo indietro (o laterale, magari cadenzato in pieno stile fox-trot) l’abbia fatto per il bene del paese, stremato dall’indifferenza dell’Europa e dall’avido interesse dei taglia-borse di Wall Street. Dicono anche che l’abbia fatto, questo fatidico passo indietro, strappando al suo successore la promessa di “un buon trattamento per tutte le sua aziende”, probabilmente persuaso che, in fondo, gli interessi del paese possano essere tranquillamente subordinati ai suoi, come d’altronde è stato da sempre.
Scriveranno tanto, sulla fine del berlusconismo in Italia. Forse a distanza di quaranta, cinquant’anni capiremo cosa davvero abbia gettato un intero paese nel culto idolatrico d’un uomo-feticcio, com’è stato Berlusconi in tutti questi anni: crisi delle ideologie, fascinazione nei confronti del potere, sudditanza mediatica, infantilismo democratico, assoluta inettitudine dei partiti d’opposizione e tanto, tanto altro.
Non so, proprio non so. Credo che in fondo, assieme a tutto questo, spesso si sia sottovalutato un altro elemento, probabilmente centrale nella disamina del fenomeno-Berlusconi: quest’uomo non è stato solo il più grande affabulatore dell’ultimo secolo di storia italiana, ma ne è stato l’artefice, il creatore di questa politica dell’apparenza, di questo bagaglino emozionale, da fiction di prima serata. Un teatrino maschilista e fallocentrico, che cela il disagio dell’impotenza attraverso i seni rifatti delle sue starlette; un mondo fiabesco, che sa essere arcadico e depravato, a seconda delle necessità. Che parla alle famiglie col moralismo intransigente dei sadici, che ha trascinato nel gorgo della povertà un paese di uomini annoiati ed arricchiti, che hanno considerato per anni il denaro come una conseguenza obbligata del lavorare, salvo poi svegliarsi un bel mattino in maniche di camicia, con la vergogna sommessa del fallimento imminente.
La vergogna, per l’appunto. Pasolini, che aveva nelle sue analisi una forza quasi oracolare, in un suo scritto dei primi anni settanta ci parlava proprio di questa lenta trasformazione degli italiani, una mutazione quasi antropologica: quella di un popolo che perdeva la fierezza contadina delle origini, per gettarsi nel vacuo calderone d’un ceto che non gli apparteneva, quello borghese, con la convinzione di poter ripianare con l’arroganza dei dané le deficienze e le insicurezze che lo attanagliavano. Un popolo che celava, quasi con orrore, ciò che era stato: che si riteneva, per la prima volta, più ricco e meno ignorante della generazione dei padri e credeva di vivere in un mondo in cui tutto si potesse comprare, anche la felicità.
Ed ecco spiegati gli sfaceli, le leggi ad personam, le continue opere di imbarbarimento e di depauperamento del territorio: la cementificazione scriteriata della Pianura Padana, i vari disastri ambientali degli ultimi anni (non per ultime le tremende frane delle settimane scorse nello Spezzino e nel Carrarese), la ricostruzione “miracolosa” dell’Aquila, usata come volano elettorale e consensuale e mai realmente portata avanti, o la vergognosa svendita delle spiagge italiane, “regalate” ai balneatori per trenta denari poco meno di un anno fa. Il territorio come un corpo splendido da violare, una mammella da cui suggere sino all’esaurimento, sino allo sfinimento totale. In fondo il Cavaliere sino a trent’anni fa era soltanto un ricco palazzinaro con amicizie importanti, molto importanti.
Ed è proprio questo il mondo in cui Berlusconi sviluppa tutte le sue “capacità” imprenditoriali: una realtà grottesca e deformata, dove il lusso va in onda alle 19:30 con Annabella, sulla Ruota della fortuna, in cui la casalinghe si emancipano, non con coscienza, ma diventando semplicemente uno strumento, le avide seduttrici che ciascun uomo vorrebbe accanto a sé. Bene, credo che Berlusconi sia, in fin dei conti, l’estrema conseguenza di questa metamorfosi del popolo italiano: un popolo vecchio, guardone ed onanista, che per anni ha sognato Edwige Fenech ed ora, finalmente, riesce ad addentarlo, a spolparlo, a possederlo.
Già, possederlo. Ultimo lemma del dizionario berlusconiano. Possedere tutto per non aver bisogno di niente. L’ultima farsesca fiaba che ci ha raccontato il nostro venditore di sogni. In tanti, in troppi ci hanno creduto. In tanti, in troppi, continuano probabilmente a crederci.
Fino a quando, un giorno, il popolo italiano si è svegliato: un orrendo tracollo finanziario stava per abbattersi sulla penisola, lo spread era volato oltre quota cinquecento, il debito pubblico era pari al 120 per cento del PIL e lui, il venditore di sogni, si era pian piano dissolto, allontanatosi da un’uscita secondaria, così, per non dare nell’occhio. Non c’era Edwige Fenech, accanto a lui, né una Minetti, una Fico o una Tommasi qualunque. Neanche la signorina Silvani, tante volte sognata, si era lasciata sedurre da quel popolo vinto, triste ed annoiato, che cercava ora il telecomando per cambiare almeno canale.
C’era solo la Pina, come sempre, placida e remissiva, a ricordarti i guai di sempre col suo sorriso malizioso e a spingerti timidamente verso di lei, mentre Mastrota, dal televisore, cercava di venderti il solito imperdibile materasso ortopedico.













tutto dannatamente vero anche se la colpa è anche nostra che abbiamo creduto alle sue idiozie, che siamo stati conniventi alla sua presa di potere e abbiamo passato i sabato sera a sognare di poter andare in Tv
E, come da tradizione storica, nel dopo Silvio ci fosse stato qualcuno che abbia ammesso: “io l’avevo votato…”
Poi, sicuramente il popolo italiano si è svegliato ma sono stati i mercato, la Bce, quell’”ente” che si chiama Trojka, lo spread, insomma l’economia e non la sinistra e l’opposizione che non riescono a formulare una valida alternativa. Purtroppo questo è un dato di fatto che va menzionato.
Infine: quanto è grande Pasolini…