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Progetto RAEE in carcere: i detenuti lavorano per la collettività
Laboratori e lavori sostenibili alla Dozza
-di Laura Simoni | in Politicanov 25, 2011
Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti non significa soltanto diminuzione della produzione del materiale da smaltire, ma anche recupero di materie che, scampate dalla fine in discarica, possono riacquistare una nuova vita. Scorrendo il lungo programma delle attività ed iniziative promosse in regione durante questa Settimana, ce n’è una che colpisce particolarmente: il Progetto RAEE in carcere, promosso dalla Regione Emilia-Romagna, da Hera e dalle Amministrazioni Penitenziarie regionali, in collaborazione con consorzi e cooperative che sul territorio si occupano di tali attività.
Tuttora in pieno svolgimento, dentro e fuori le case circondariali di Bologna, Ferrara e Forlì, ha il duplice obiettivo di sostenere le attività produttive (sviluppando l’inclusione socio-lavorativa dei detenuti) e di recuperare tutto il materiale “buono” presente nei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche): a questo scopo vengono avviati laboratori per il trattamento dei RAEE, di inserimento lavorativo nelle cooperative sociali e per la successiva transizione dal lavoro protetto al mondo profit.
A parlarci di questo progetto eccellente è il dott. Massimo Ziccone, Responsabile dell’area educativa del carcere della Dozza.
Il progetto in realtà è partito nel 2007, grazie ai finanziamenti dell’Unione europea, allo scopo di avviare attività di formazione finalizzata all’inserimento lavorativo in ambito di disagio sociale. Il Progetto RAEE nasce quindi a livello regionale, con l’idea di creare posti di lavoro all’interno di alcuni istituti individuati a Bologna, Ferrara e Forlì, attraverso l’attività di riciclo del materiale elettrico ed elettronico. C’è stata una prolungata fase di studio, in cui abbiamo dovuto superare alcune difficoltà di partenza, una tra tutte, il problema di far entrare in sicurezza il materiale di discarica con i camion. Rispetto al progetto originario, a Bologna si è deciso di non lavorare sulle apparecchiature di piccole dimensioni, ma su grandi elettrodomestici come lavatrici e lavastoviglie: questo perché spesso gli apparecchi erano ancora funzionanti, ed è vietato introdurre in carcere mezzi di comunicazione, come computer e cellulari. Quindi possiamo dire che il laboratorio RAEE, così com’è oggi, è attivo solamente dal luglio 2009. La raccolta a Bologna dal consorzio ECODOM che ritira dalle stazioni ecologiche del gruppo Hera, occupandosi proprio dell’approvvigionamento dei RAEE al carcere. Dentro l’istituto della Dozza, la cooperativa IT2, che gestisce la lavorazione dei RAEE per lo smontaggio dei pezzi e il recupero delle materie prime, assume a tutti gli effetti i detenuti. Quindi i detenuti che entrano a far parte del progetto, dopo un periodo iniziale di formazione, vengono assunti e diventano a tutti gli effetti lavoratori addetti al trattamento di RAEE, iniziando a percepire uno stipendio già durante la detenzione e venendo poi preparati per l’entrata futura nel mondo del lavoro “esterno” anche in altre aziende fuori del carcere quando riescono ad accedere a misure alternative oppure una volta scontata definitivamente la loro pena.
IT2 è una cooperativa sociale di tipo B che si occupa di transizione al lavoro di persone che provengono da condizioni difficili: il loro obiettivo principale è quindi seguire e preparare i detenuti al mondo del lavoro, facendoli conoscere alle ditte esterne come lavoratori formati e specializzati. Avete ottenuto risultati concreti in questo senso?
In effetti recentemente uno dei nostri detenuti affiliati al progetto RAEE è stato assunto dalla Dismeco, l’azienda bolognese che si occupa di portare i materiali recuperati nei centri di raccolta e riciclo. Grazie a questa opportunità lavorativa il detenuto ha potuto ottenere una misura restrittiva alternativa al carcere. Questo è il più grande risultato che si possa ottenere! Ogni tanto un detenuto riesce a trovare altro da fare, sempre nello stesso ambito, come nel caso appena descritto, oppure uscendo e trovando altre collocazioni, indipendentemente dal lavoro che svolgono con i RAEE: ma sono solo quattro detenuti che ruotano attorno al progetto, ancora troppo pochi! Da quando sono diventato Responsabile dell’area educativa del carcere della Dozza, una delle priorità che mi sono dato è proprio quella di cercare di aumentare il numero dei posti di lavoro e non solo di formazione. Ci sono istituti che rappresentano delle eccellenze in questo senso: penso alla casa di reclusione di Padova, di Bollate, di Torino dove i posti di lavoro per i detenuti sono un numero significativo.
Ci sono particolari condizioni svantaggiose per i detenuti della Dozza?
Il problema di Bologna è che, per come è strutturato il carcere, si fa fatica a trovare luoghi fisici al suo interno dove sviluppare attività lavorative. In secondo luogo, i nostri detenuti non hanno tempi di reclusione lunghi, ma devono scontare pene di breve durata: questo impedisce di poter fare una formazione e poi un’attività lavorativa strutturata. Il terzo problema è che ci sono poche opportunità: nonostante esistano leggi [come la legge Smuraglia, n.d.r.] che, attraverso particolari agevolazioni fiscali, sono volte ad incentivare l’impiego di questi lavoratori, si fa comunque molta fatica a trovare ditte che offrano lavoro ai detenuti. Tutte le lavorazioni che si fanno in carcere, inoltre, trovano le stesse complicazioni che deve affrontare una ditta all’esterno, ma amplificate.
Sappiamo benissimo quale sia la grave situazione delle carceri italiane. Un progetto del genere può migliorare lo stato delle cose? Perché un detenuto ha bisogno di lavorare? E quali sono gli obiettivi che lei si è posto come responsabile ed educatore?
Bisogna puntualizzare alcune cose: è giusto aiutare i carcerati a trovare un lavoro e, soprattutto, è giusto che se un detenuto lavora percepisca uno stipendio. Il carcere oggi è una specie di lazzaretto, in cui più che i delinquenti ci sono i poveracci. L’affermazione secondo cui un detenuto non ha bisogno di denaro perché tanto viene mantenuto dallo Stato è completamente falsa! Lo Stato passa solo il cibo ai carcerati, ma tutto il resto, vestiti, scarpe, sigarette, dentifricio, bagnoschiuma, prodotti per l’igiene, sono acquisti a proprio carico. Se pensiamo che esattamente la metà dei detenuti ha un reddito pari a zero, e che il 72% sono stranieri senza nessun sostegno dalle famiglie, ognuno di essi dovrà fare affidamento sui prodotti chiesti in prestito dal compagno di cella anche solamente per farsi una doccia. Il primo obiettivo del settore educativo di un carcere è quello di ridare dignità ai detenuti, e il lavoro è il sistema ottimale per ottenere tale risultato. Attraverso l’attività lavorativa, il detenuto riesce a dare un senso alla propria vita e a mettersi da parte qualche soldo. Se poi lo si fa attraverso attività che hanno anche un proprio valore sociale ed ambientale, come il recupero di materiale dai RAEE o, sempre con Hera, la suddivisione dei rifiuti urbani per la raccolta differenziata [progetto che partirà a inizio dicembre, n.d.r.], è un vantaggio a favore dell’intera collettività.












