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Processo Solvay – A Ferrara la chimica uccide
Lunedì scorso l’arringa degli avvocati delle parti civili. Il decennale processo sta giungendo al termine
-di Laura Simoni | in News, Politicadic 2, 2011
C’è una correlazione tra l’esposizione al cloruro di vinile monomero (CVM) e le patologie tumorali diagnosticate a gran parte degli ex lavoratori della Solvay? A questa annosa domanda si è cercato di trovare una risposta convincente, attraverso 10 lunghissimi anni di un processo che a breve giungerà a conclusione.
Nella metà degli anni Cinquanta, l’azienda Solvay (all’epoca Solvic), inizia la sua attività all’interno del polo chimico ferrarese: i suoi lavoratori seguono il processo di polimerizzazione del CVM per produrre PVC (polivinile cloruro) il materiale plastico più diffuso al mondo. Un’attività che la multinazionale belga condurrà fino al 1998, anno della chiusura dell’impianto ferrarese «per motivi di carattere economico», secondo una nota aziendale.
Durante quattro decenni, circa 360 persone tra operai specializzati e addetti alle pulizie hanno lavorato a stretto contatto con il CVM-PVC, e quasi un quarto di questi lavoratori (precisamente 78) sono morti per angiosarcomi, tumori epatocellulari, carcinomi epatici e dell’apparato respiratorio.
Dalla fine del 2000, a Ferrara prendono il via le inchieste contro la Solvay: la prima per inquinamento delle falde acquifere, viene archiviata nel 2005; la seconda per lesioni colpose e omissione delle misure di sicurezza contro sette ex manager di Solvay (ex Solvic) e ICI (Imperial Chemical Industries), è ormai giunta alle fasi conclusive.
Nella causa civile, Cipro Mazzoni e Michele Mantoan, sono gli unici due ex lavoratori superstiti, ammalati ma ancora vivi, che da dieci anni stanno portando avanti questa dura battaglia contro i sette ex dirigenti. Claude Lautrel, Auguste Arthur Gosselin, Cyryll Van Lierde, Pierre Vigneron, Gerard Michael Davis e Arthur William Barnes, oggi tutti ultraottantenni, sono accusati in quanto componenti del cda della multinazionale dal 1969 al 1974, e quindi direttamente responsabili della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Mazzoni e Mantoan erano addetti alla pulizia delle autoclavi allo stabilimento Solvic di Ferrara, il primo dal 1969, il secondo dal 1962. Tra il 2003 e il 2005 è stato diagnosticato ad entrambi un epatocarcinoma, un tumore maligno del fegato: una malattia che, secondo gli studi della IARC di Lione (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), fa parte insieme all’angiosarcoma delle patologie ad elevato rischio per l’esposizione al CVM. I due si sono costituiti parte civile insieme ad Inail, Comune di Ferrara, Legambiente e sindacati dei chimici. Lunedì 28 novembre, gli avvocati delle parti civili hanno solcato il Tribunale per la loro arringa finale; l’udienza successiva fissata per il 19 dicembre vedrà invece gli avvocati della difesa arringare per l’ultimo incontro prima del verdetto.
Su questo processo aleggia comunque e sempre, al di là di ogni valutazione giuridica, lo spettro di 78 operai morti delle più disparate patologie tumorali
Con queste parole l’avvocato David Zanforlini inizia il discorso a favore di Mazzoni e Mantovan e per Legambiente. Continua poi ripercorrendo la storia di quarant’anni di lavoro in Solvay: fino agli anni Settanta l’operaio non aveva strumenti particolari di protezione; anche la maschera facciale era più uno strumento pro-forma che una tutela sostanziale; gli addetti alla pulizia poi lavoravano all’interno delle autoclavi, in cui, per l’assenza di impianti di aspirazione, venivano completamente avvolti dai gas di CVM. Un gas che odora di mandorle amare: questa era la scia da seguire per poter trovare “a naso” le fughe di gas dell’impianto, che venivano poi riparate senza nemmeno fermare la produzione. Tornando a casa, anche i famigliari potevano sentire sugli abiti da lavoro e sulla pelle dei lavoratori quel forte odore di mandorle amare che caratterizza il gas letale.
Nel periodo estivo le condizioni di lavoro erano anche peggiori:
Gli operai erano costretti a lavorare quasi nudi per la temperatura all’interno dello stabilimento, senza nessuna protezione, nemmeno una tuta di cotone. E la prova del contatto fisico con il CVM è data dalla testimonianza unanime sulla improvvisa sensazione di freddo che avvertivano, alle estremità ed ai genitali. Sensazione che dipendeva unicamente dalla elevata esposizione al CVM.
Ma la domanda che aleggia sull’aula del Tribunale è: i dirigenti addetti alla sicurezza sapevano o meno dei rischi per la salute legati all’inalazione dei gas di CVM? E se lo sapevano, hanno preso tutte le dovute precauzioni a difesa della salute dei propri lavoratori?
È sempre l’avvocato Zanforlini a rispondere, raccontando degli studi condotti addirittura da un medico al libro paga della Solvic:
In realtà, sin dall’epoca degli studi del Dott. Viola, medico di fabbrica della Solvic (e questo è un dato rilevante), non ci si trovava in presenza di una mera congettura, ma di un’ipotesi seria ed attendibile, sopratutto in via diretta, posto che gli studi del Dott. Viola erano, per forza di cose, immediatamente conosciuti dalla Solvic, studi, cioè, non eseguiti da un medico che compie una ricerca estemporanea, ma proprio dal medico di fabbrica della Solvic, che, per di più, da anni studiava sperimentalmente gli effetti nocivi del CVM, con il benestare e gli stanziamenti della dirigenza. I suoi dati, bisogna ricordarlo e sottolinearlo, vengono comunicati ad un congresso di medici del lavoro tenuto a Tokio già nel 1969 e, poco dopo, ad un importante congresso tenuto a Houston nel 1970 ed i risultati dei suoi studi vengono pubblicati nel medesimo anno sulla rivista scientifica Cancer and Research: non è possibile pensare che la direzione di Solvic non fosse a conoscenza anche degli “steps” degli studi del Dott. Viola, di una ricerca, cioè, cominciata molto tempo prima.
Per l’avvocato di Legambiente, quindi, i dirigenti sapevano dei danni alla salute, eppure non presero immediatamente le dovute cautele in favore della tutela della salute dei propri operai:
La realtà – afferma Zanforlini – è che la tutela della salute dei lavoratori era ed è un costo e allora la strategia della dirigenza era di scegliere il costo minore: allora, come adesso, le innovazioni in materia di sicurezza erano lente, non per la incapacità tecnologica di affrontare il problema della immissione del CVM nell’ambiente di lavoro e nell’atmosfera della vicina Ferrara, ma perché, semplicemente, costavano soldi.
Girolamo De Michele, un paio di anni fa, ha scritto un noir intitolato Con la faccia di cera e pubblicato da Edizioni Ambiente, nella collana VerdeNero. Nel suo racconto lungo De Michele ripercorre anche le vicende legate alle morti sul lavoro nello stabilimento della Solvay, chiedendosi perché all’epoca come oggi i ferraresi fatichino a parlare di questa vicenda.
«Ferrara non ama la chimica, ma ama i posti di lavoro», così risponde il protagonista delle pagine romanzate, cercando una spiegazione al paradosso del produttivo Nord-Est, capace di sacrificare anche il bene più prezioso per un posto di lavoro sicuro. Ma la salute e la vita sono prezzi eticamente richiedibili?












