• Mercanti in fiera

    Giro nel nuovo mercato dei Vignaioli Indipendenti di Piacenza, prima manifestazione fieristica organizzata dalla Fivi

    Di Gianluca Montante e Alice Colantonio

    Logo della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti

    Logo Fivi

    Domenica di inizio dicembre a Piacenza, quartiere fieristico. Nebbia fitta all’esterno, idee chiarissime all’interno del padiglione in cui la FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) ha organizzato gli scorsi 4 e 5 dicembre la prima edizione del Mercato dei Vignaioli Indipendenti. Così almeno ci sembra di intuire. A noi, abituati a scenari un tantino più schierati, la riunione di realtà tanto diverse, soprattutto per fatturato, non appare con la medesima evidente trasparenza.

    Un filo comune invece c’è, e pure bello grosso. «Il produttore deve metterci la faccia – ci dicono in coro quasi unanime – e questo in Francia l’hanno capito oltre vent’anni fa. Noi arriviamo sempre in ritardo. Vogliamo presentarci di persona ai consumatori». Il leitmotiv dell’organizzazione – e della vetrina piacentina – sfugge all’etica dei manifesti e alla ricerca di tecniche di produzione stabilite in comune, ma risponde a una volontà ben precisa, quella di promuovere i prodotti senza intermediari e intermediazioni, personalmente: stiamo parlando con chi la terra la possiede, e con chi l’uva se la coltiva a casa sua.

    Si vende sempre meno e c’è bisogno di nuove occasioni per avere visibilità e poter parlare con chi è interessato ai nostri vini, alle nostre esperienze dirette.

    Questi alcuni dei concetti che ricorrono tra un banchetto e l’altro degli oltre duecento produttori riuniti. La Fivi  a tutt’oggi ne conta circa seicento, ma l’obiettivo del presidente Costantino Charrère, proprietario della cantina Les Crêtes in Valle d’Aosta, è superare quota mille per aspirare a diventare un interlocutore più determinante nei tavoli del governo. Rappresentanza. Questo chiedono i vignaioli. E tutela. Niente imbarazzo, perciò, nel trovare i grandi nomi (e i grandi numeri) al fianco di piccoli, piccolissimi campanili enologici. E poi, i banchetti tanto sono tutti uguali. Noi siamo andati dai proprietari di Don Chisciotte, una non più verde coppia di campani che si produce pure la pasta, e che ci ha proposto un Fiano che, per una volta almeno, ha vinto contro i mulini a vento. Siamo felici di aver conosciuto Bernhard della cantina Messnerhof, uno che ha scelto di affidare a una grafica di professione la cura delle sue etichette (bellissime!), ma che non per questo rinuncia a lavorare con buon senso – e bio, manco a dirlo. Il suo Santa Maddalena (95% Schiava, 5% Lagrein) è un vino che tocca con dolcezza e parsimonia – anche il portafogli, considerato il vantaggioso rapporto qualità-prezzo.

    Ritrovare vecchi amici, poi, è sempre qualcosa di rassicurante: concludiamo così, con Eugenio, Pigi e un pezzo di mora romagnola tra le mani, la stessa in cui, per qualcosa di simile a una coincidenza, ci eravamo imbattuti qualche mese prima.

    Quando vite e vita fanno lo stesso giro.

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