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Natale Rosso Libertà
Di un regalo che non si scarta ma si stappa e si consuma tutti insieme. Di un vino che non si dimentica ma aiuta a ricordare
-di Alice Colantonio | in Alimentazione, Gastrosofiadic 30, 2011
I nomi partigiani erano “creativi”. Il più delle volte erano frutto di una scelta personale e, perciò, autobiografici. Uno pseudonimo che se da un lato ha la funzione di celare un’identità, dall’altro «rivela il nostro carattere, le nostre ambizioni o le nostre letture, oppure i limiti della nostra fantasia» (Angelo del Boca, La scelta, Milano, Feltrinelli, 1963, p. 182).
Caso fortuito, bizzarria o chiara volontà, la bottiglia che la notte del 24 dicembre ci ritroviamo sulla tavola imbandita a festa, con i tradizionali e immancabili colori che la Coca Cola ha imposto a questi giorni, reca un nome che ci evoca berette e brigate, e che secondo quell’onomastica partigiana fatta di lupi e civette e tempeste, possiamo ricondurre a diversi filoni: quello ribellistico-banditesco, per dir così, che richiama i Fradiavolo, gli Sparafucile e i Fanfan; sicuramente un accenno all’orgoglio resistenziale; ma poi anche un’aurea di speranza che non poteva esprimersi in altri termini: il vino che beviamo stasera si chiama Libertario Rosso. Nella sobria ma loquace etichetta, leggiamo a margine un’ossequiosa postilla: Vino dedicato a Giovanni “Primo” Rocca e Omero “Fulmine” Saracco, Comandante e Vice Comandante Brigata d’Assalto Garibaldi “Stella Rossa”. Siamo in Piemonte, questo è facilmente intuibile. Meno immediata l’identificazione della tipologia, perché questa aromaticità e questo residuo zuccherino li troviamo di solito in un’uva un po’ frivola e modaiola, in uno di quei vini che di solito si bevono senza attenzione. Però questo c’ha 14 gradi, risulta lievemente tannico e ti lascia le labbra viola. E poi no, senza bollicine non può essere un brachetto. E invece…
Il libertario rosso è un brachetto secco. Viene fatto nel Monferrato dalla Cooperativa La Viranda in cui confluiscono sei produttori che coltivano direttamente 9 ettari di terreno. Un vino da battaglia, come qualcuno lo ha a suo tempo definito, per chi la rivoluzione la voleva fare davvero, mica a chiacchiere. Di quelli «paesani puri, leggeri, modesti», direbbe Herman Hesse – che però aggiunge: «senza nomi particolari»! Un vino che fa pensare alla terra e piace a mio nonno, forse perché riporta un po’ indietro nel tempo. «Ed era curioso pensare» potremmo dire anche noi «che certa brava gente sana in qualche vallata verdeggiante coltivasse le viti e pigiasse l’uva affinché qua e là per il mondo, molto lontano da loro, alcuni cittadini delusi e trincanti o lupi della steppa sbandati potessero succhiare dai calici un po’ di coraggio e di buon’umore» (Herman Hesse, Il lupo della steppa, Milano, Mondadori, 1946, p. 40 s.).
Un bicchiere levato all’ultimo lupo coraggioso.
Ciao Giorgio.













