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Le vittime invisibili del clima
Sono rettili e anfibi, animali di cui nessuno si occupa ma che sono oggi a forte rischio di estinzione
-di Lou Del Bello | in Naturagen 9, 2012
Il demonio è nei dettagli, e anche i cambiamenti climatici. Troppo spesso per studiarli e comunicare il rischio legato al riscaldamento globale ci si occupa di quello che Naomi Klein chiamerebbe “fancy stuff”: orsi polari, grandi ghiacciai, isole. Soggetti “notiziabili”, che emozionano.
Ma il global warming non è solo questo. I suoi effetti si rintracciano anche alla base della catena alimentare, ricadono su quei piccoli animali di cui nessuno si accorge. Eppure, nel microcosmo delle paludi, degli anfibi e dei rettili, si innescano fenomeni che influenzano l’intero ecosistema.
Abbiamo chiesto a Marco Zuffi, erpetologo, biologo evoluzionista e ricercatore dell’Università di Pisa di accompagnarci sulle tracce delle specie anfibie e rettili che oggi sono minacciate dal clima che cambia.
Dottor Zuffi, quanto è difficile studiare gli effetti dei cambiamenti climatici su rettili e anfibi?
I rettili e gli anfibi hanno cicli di vita e riproduzione molto lunghi. Per questo motivo l’aumento della temperatura, oppure la variazione nella quantità di pioggia che scende, hanno effetti di lungo periodo, difficili da rilevare. Ad esempio i serpenti vivono vent’anni in media, le testuggini di terra o palustri superano abbondantemente il secolo. Molte specie come varani e gechi superano i trent’anni di età.
Tutti i rettili e gli anfibi hanno cicli di vita così lunghi?
No, anzi. Alcuni sono ottimi casi studio. Questi animali hanno un’aspettativa di vita che non supera le due o tre stagioni e per questo sono modelli eccezionali: nascono, maturano al termine della prima stagione, si riproducono per una stagione e mezza e poi muoiono.
Abbiamo visto che molti rettili e anfibi sono a rischio a causa del cambiamento climatico. Ma per quale motivo alcune specie sono più sensibili di altre?
Da alcuni anni si sta parlando molto della scomparsa di un gran numero di specie di anfibi. Ce ne sono alcune che si stanno estinguendo in maniera rapidissima, mentre altre no. Questo fenomeno è oggetto di studio da tempo, ma ancora ha cause piuttosto oscure, un po’ come, fino a qualche anno fa, era per la scomparsa dei dinosauri.
Oggi si è scoperto che esiste una forma virale paragonabile al morbillo, il Batracochitridium, che attacca le mucose respiratorie delle larve in acqua.
Gli anfibi sono un gruppo di vertebrati che non ha squame, scaglie o peli, ma una pelle nuda ricca di ghiandole sottocutanee, un’epidermide permeabile. Di conseguenza, possono assorbire qualsiasi agente inquinante finisca nell’acqua o in aria.
Come si diffonde il Batracochinidium?
L’incremento di questa forma virale sembra favorito da due aspetti. Uno è di natura umana: il ricercatore entrando in uno specchio d’acqua contaminato potrebbe contagiarne un altro immergendosi con gli stessi stivali. Per questo motivo chi fa indagine sul campo oggi si cambia ogni volta che si sposta da uno stagno all’altro, per non inquinare la zona umida.
E il secondo fattore?
Sembra che il fenomeno dipenda anche dall’effetto serra e dal buco dell’ozono. La maggiore quantità di ultravioletti che entrano in atmosfera favorirebbe il processo degenerativo della pelle di animali come rane, raganelle e rospi che vengono attaccati da funghi e forme virali.
Quali tipi di danni fisiologici possono riportare anfibi e rettili a causa del riscaldamento e dell’effetto serra?
Gli anfibi sono la classe più danneggiata, anche rispetto ai rettili, perché come dicevamo la loro pelle è più permeabile e delicata; si può – paradossalmente – paragonare all’epidermide ustionata della nostra specie.
Dunque, se nell’aria, o soprattutto nell’acqua dove gli animali si riproducono sono presenti elementi patogeni inquinanti, ci sono delle sostanze che si legano all’ossigeno disperso e quindi entrano nelle uova o nell’apparato respiratorio delle larve, gli anfibi non giungono alla metamorfosi. Muoiono prima a causa di ulcerazioni nelle branchie; questo significa che nel giro di due o tre generazioni gli adulti che depongono in acqua perderanno il proprio successo riproduttivo.
Qual è la portata del fenomeno?
La sua incidenza su scala globale è impressionante. Si tratta di un problema gravissimo perché finora non si riesce a tamponare in alcun modo. Al momento, si sta tentando di far riprodurre in cattività alcune specie per poi reintrodurle nelle zone in cui è scomparsa la popolazione.
Per quanto riguarda gli anfibi, lo scenario è assolutamente drammatico, le situazioni più gravi sono in Kenia, centro Africa, sud degli Stati Uniti d’America, Brasile, Cina. In Italia le cose vanno malissimo per un paio di specie, mentre per tutte le altre non ci sono apparenti problemi.
Un esempio di specie italiana a rischio?
Una delle specie più belle e più in crisi che abbiamo in Italia è la Bombina variegata o Ululone a ventre giallo, un piccolo rospo che misura circa quattro centimetri. Dieci anni fa era comunissimo in Toscana, oggi si trova in meno di dieci località mentre prima erano circa duecento. Insomma, sta scomparendo, nonostante tutte le specie associate siano presenti e in ottima salute: il problema dunque non è un inquinamento complessivo degli habitat, ma qualcosa che sta colpendo una sola specie.













