• Lo specchio del mondo

    Conversazione con Jonathan Nossiter, autore di Mondovino, film documentario sulle lobby del vino, alla cineteca Lumière di Bologna dal 19 gennaio al 5 febbraio con la rassegna Cinevino

    «Pronto, signor Nossiter?» Mi risponde con calma paziente, disponibile. Una voce ritenuta da molti scomoda nel panorama vinicolo odierno, al telefono risulta serena, sicura e rassicurante. «Io sono marxista», mi dice subito. Bene, si inizia col piede giusto. «Groucho-marxista», precisa. Meglio, si inizia meglio.

     

    Com’è nato dentro di lei l’accostamento tra cinema e vino?

    È molto difficile dare una definizione: posso dire che il cinema e il vino sono i due amanti della mia vita. Essi hanno segnato l’intero percorso, intrecciandosi reciprocamente, tanto che ora faccio fatica a pensare l’uno senza l’altro. Tentando di navigare queste due realtà posso lasciarmi la libertà di essere sempre un po’ outsider, un emarginato: ho paura di chi è troppo addentro alle cose, perché si rischia di perdere la prospettiva giusta. Invece, io provo a vivere il mio amore pur conservando autonomia.

    L’essere a margine mi fa sentire meglio. Il mondo del cinema è un mondo chiuso, prepotente, narcisista, direi che tende a autosoddiffarsi. Parlavo ieri con Ettore Scola: lui è convinto che il cinema dovrebbe essere lo specchio della civiltà, ma i cineasti degli ultimi vent’anni hanno abbandonato tale propensione, preoccupandosi solo di partecipare tramite il guadagno alla società dei consumi. Dovrebbe continuare a essere un atto concreto di testimonianza e di contestazione, anzi soprattutto di contestazione, cosa che invece abbiamo perso in tutti i settori (pensiamo alla mancanza di serietà e di ricerca nel giornalismo attuale). Nel movimento dei vini naturali, però, rimane ancora vivo: in Francia, negli Stati Uniti e soprattutto in Italia si sono create delle vere e proprie azioni di libertà.

     

    Cosa ha animato la selezione dei vini e dei film per la rassegna al cinema Lumiere?

    Ho scelto dei film dove si avverte la necessità del regista di vivere il mondo dell’altro, la volontà di portarlo fino all’altro, senza però intaccare la trasmissione della sua verità. Sono tutti film che erano e sono molto radicali, nel senso che ci portano a mettere in discussione la nostra identità e le cose che facciamo.

    L’atto del vignaiolo è molto vicino a quello del regista: i vignaioli naturali, o meglio indipendenti, artigiani sono costantemente in ascolto della natura: esiste per loro un impegno etico di sostenibilità ambientale e di ricerca storica che mira a un miglioramento in avanti, per fare cose innovatrici. Hanno un approccio rispettoso verso il terroir ma anche verso l’altro essere umano.

    Mi spiego: ho ritenuto fondamentale invitare alla prima serata Jean-Marc Roulot, uno dei viticoltori più classici della Borgogna, l’amante del vino più conservatore e reazionario che io conosca. Per i critici professionisti, infatti, che sono un po’ cadaverici (non tutti, per carità, ma una buona metà si!), per chi considera il vino naturale come un vino eretico ossidato (e la cosa mi fa ridere), ecco, per questi Roulot rappresenta il massimo, come il Domaine de la Romanée-Conti o il Leflaive a Puligny Montrachet. È buffo, perché questi domaine in realtà fanno prodotti naturali, perché praticano la biodinamica (che è un modo, non l’unico modo per rispettare la natura).

    Roulot è metà biologico e metà biodinamico. Forse in cantina fa cose che un Maule¹ non si sognerebbe mai, ma non è questo il punto: continua ad avere un approccio etico molto rispettoso, sia nei confronti della natura, sia di quelli che bevono il suo vino, operando sempre in totale libertà. Forse non tutti i suoi acquirenti sanno che le bottiglie di Jean-Marc escono anche a 7 euro o a 19, dipende dai cru; poi però sul mercato le troviamo a 70-80 euro, ma lui non è responsabile di questa speculazione.

    L’atteggiamento finanziario del vignaiolo è molto importante: pensiamo a Camillo Donati, sui colli di Parma, che nonostante la sua fama (i suoi vini vengono bevuti in Francia come anche negli Stati Uniti), continua a vendere il suo Lambrusco a 4,90 euro. In questo, il vino si rivela essere qualcosa di profondamente democratico. Iniziare con Roulot voleva dire anche ampliare la nozione di vino naturale: non è sufficiente rispettare l’ambiente o in cantina, come si dice, ascoltare l’uva; queste persone, nel tradurre un territorio, fanno un atto di bellezza e di contestazione allo stesso tempo.

     

    Il suo discorso è molto interessante. Prima parlava del narcisismo del cinema. Non crede che anche nel mondo del vino si tenda un po’ a autocompiacersi?

    Si, è tremendo. Il vino in principio è portatore di gioia, rappresenta un modo per condividere delle cose intime senza perdere pudore. Se si prende sul serio è un tradimento. L’atto critico sul vino è un tradimento. Sono odiato da molti critici, lo so; ma mi chiedo: se un vignaiolo lavora in modo rispettoso e con umiltà, cosa sta facendo un critico che lancia i suoi giudizi con arroganza senza limite? Questo mi sembra assurdo.

    Purtroppo i discorsi sul vino sono dominati da rapporti di potere e corruzione, si danno i premi per ricevere qualche cassa gratuita o per avere influenza. Poi, le parole utilizzate non uscirebbero mai dalla bocca di un vignaiolo. Prendersi in giro fa paura. Per me il piacere di fare queste serate era di spostare il discorso sul vino in un altro posto, in primis culturale, perché la cineteca è un tempio di cultura pieno di amore, di umorismo. La maggioranza dei film proposti sono delle commedie, anche se mordono, non sono commedie sciocche. Credo che ci siano dei problemi del vino che sono anche problemi del cinema: abbiamo perso l’abitudine di andare in sala per piacere e provocazione… La gente cerca solo entertainment, si è perso il riflesso del mondo.

    C’è qualcosa di molto formale, un lato, come dire, che ricorda l’andare in chiesa. Era una soddisfazione, invece, vedere nella sala le persone con il bicchiere in mano. Non sono sicuro che a tutti siano piaciuti i vini: sicuramente, però, sono stati una scoperta, e poi non avrebbero potuto far male all’organismo. Il confronto tra le due realtà è stato un modo per mettere da parte i dogmi. Anche quando c’è stato l’incontro con il regista non si è mai creata un’atmosfera solenne: ogni cineasta, ogni vignaiolo ha portato un’energia diversa. Il pubblico ha contribuito molto perché questo avvenisse.

     

    A questo proposito: immaginava un pubblico già “iniziato”? Come hanno risposto le persone davanti alle sue proposte?

    Ho visto un pubblico sempre diverso, ma ogni volta aperto. Si vede che il lavoro della cineteca in questi anni è stato incredibile. Io non avevo mai incontrato un posto simile nel mondo del cinema, dove c’è una struttura seria e persone che lavorano con passione, una specie di museo vivo e attivo, non uno spazio morto del passato.

    È stato un incontro triangolare tra i registi, i produttori e tutta la cultura della cineteca. La gente ha avuto modo di ascoltare i vignaioli che hanno parlato con umiltà ma anche con orgoglio. Trovo molto bello che per un regista come Gian Vittorio Baldi stare al fianco di Camillo Donati abbia significato ripensare da capo al suo lavoro di regista; o che le parole di Ezio Cerruti siano arrivate a un regista brasiliano di ottantatre anni, Nelson Pereira dos Santos, come il racconto di uno dei suoi film. Abbiamo spostato i discorsi di entrambe le arti senza prendersi troppo sul serio.

     

    Nelle sue parole c’è un pensiero ricorrente: quello dell’umiltà. Un altro parallelismo?

    Bé, in realtà, i registi sono narcisisti, perché non riesci a fare la regia di un film se non c’è un ego enorme che ti permette di trascinare centinaia di persone dietro di te per realizzare quello che tu vuoi. Ma anche un regista di qualità subisce tante umiliazioni, e in questo senso è vicino a quello che succede ai vignaioli. Per ripetere le loro parole: ogni anno la natura porta delle sorprese anche spiacevoli a chi lavora in vigna, cose che ti fanno rendere conto che non sei nulla, che lasciano un senso di umiltà perenne. In Mondovino si vede una signora vedova di 84 anni che diceva: «stai facendo vino e sei orgogliosa, cominci a credere che sei brava.. Poi arriva una grandine o qualcosa del genere che distrugge tutto e ti rendi conto che sei meno di niente». Un regista vive la sessa cosa. Tu sei convinto di stare inventando un mondo, qualcosa di geniale, ma fare un film non è qualcosa di logico, perché stai andando contro la logica della società, soprattutto se lo vuoi fare bene. È un miracolo quando un film riesce anche solo a essere finito. Qualsiasi vero regista che ha vissuto almeno un po’ come un vignaiolo è già stato schiacciato tante volte in tanti modi diversi. Questa sofferenza, però, è utile per calmare l’orgoglio.

     

    Ritorniamo sugli accostamenti. Da cosa è nata la sua scelta per ciascun film e ciascun vino?

    È stata una scelta cruciale, ma non ideologica. Per ogni caso c’è stato un motivo diverso. Alcune volte è stato un po’ per scherzo: ci si chiede cosa si beve mangiando un francese².. Poi però mi sono detto che questo era anche un film sensuale, la bellezza di vedere tutti quei corpi nudi.. É un film che contiene erotismo ma che non vi si ferma, lo scavalca. Avevo conosciuto Cerruti tre giorni prima di concludere la programmazione. Mi era piaciuto subito perché è una persona molto ironica.

    Lui produce un vino dolce con una grande acidità, ed esce solo con questo, non produce altro, scelta molto coraggiosa. A me, personalmente, i vini dolci non piacciono tanto, perché tolgono un po’ di libertà al mio palato e mi pesano sullo stomaco.. Ma il suo ha una leggerezza e una luce che mi hanno fatto subito pensare alla luminosità dei film di Nelson. A dire il vero, ero spaventato dall’abbinamento, anche perché in quella serata veniva proposto un solo vino [nelle altre vengono serviti due calici diversi, nda]; poi, invece, ha funzionato benissimo.

    L’accostamento portoghese era più ovvio: un capolavoro pornografico e anarchico di Joao Cesar Monteiro con un Vinho Verde rosso di Vasco Croft. Ma non è solo per ragioni geografiche: io conosco il viticoltore, e so che lui e il regista sono portoghesi allo stesso modo, nel senso di essere entrambi alla ricerca di una sensualità personale, senza paura del pudore degli altri ma riuscendo a non essere offensivi. Ero sicuro che la presenza di Croft avrebbe riportato in sala la presenza del regista, deceduto qualche anno fa. Lui è tra i pochi a fare biodinamica in Portogallo, e ha fondato la prima, forse unica scuola steineriana del paese.

    C’è arrivato in un modo, per così dire, naturale. So che tante persone fanno biodinamica per moda, ma la cosa non mi preoccupa: in molti producono vini tossici e industriali per motivi sbagliati; io preferisco bere un vino da una persona che però non mi stia uccidendo “per sbaglio”! Tutto ciò mi ricorda un critico cinematografico francese legato a Cannes; ho ancora una t-shirt con una sua citazione: «Non è sufficiente amare un gran film, bisogna amarlo per i motivi giusti» (Ride). È terribile! Ci sono paralleli terribili tra cinema e vino… Con Fassbinder ho scelto Angiolino Maule, perché lui è una persona molto intensa.

    Non direi un fanatico, ma di una severità quasi protestante, e per questo ad alcuni fa paura. C’è un forte legame con il rigore quasi crudele di Fassbinder, ma uno spettatore e un amante di vino li ricevono comprendendo che in loro si compie un atto di tenerezza. Il racconto del regista tedesco è una favola sulla rovina dell’essere umano, è tragico, però anche buffo. Ci vuole coraggio per recepirlo, ma è capace di donare anche un grande piacere. Maule ha parlato in maniera bellissima, difendendo con passione la sua posizione, l’impegno e la ricerca, una ricerca applicata per far vivere un territorio e un’uva. Era stimolante: c’era un evidente contrasto con Fassbinder, ma anche una sorta di armonia. È un po’ quello che succede tra cibo e vino: non ci sono regole negli abbinamenti, ma solo aperture possibili per ognuno di noi.

     

    Come ultima domanda non posso non ricordare una delle persone che più è stata in grado di trasmettere l’anima del vino: Luigi Veronelli. In occasione del primo raduno del Critical Wine al Leoncavallo di Milano lui disse: «Sarà un momento educativo rivolto ai giovani perché sappiano riconoscere il valore del vino e della terra». Come si può scongiurare il rischio di essere retorici e arrivare a una profonda e-ducazione, nel senso etimologico di “trarre fuori, allevare”?

    Non so, non ho teorie sulla pedagogia, io sono più anarchico. Quando Veronelli ha pronunciato queste parole, circa dieci anni fa, il mondo del vino sembrava scuro, conformista, senza libertà, un mondo in cui si aveva paura di prendere posizione anche sul proprio gusto. Queste sono le ragioni che mi hanno portato a fare Mondovino, perché temevo che la terra intera stesse per sparire. Invece sono soprattutto dei giovani di venti, trenta, quarant’anni (all’epoca) che spontaneamente, in modo non ideologico e non repressivo, con grande libertà hanno avuto una reazione, ognuno in un modo un po’ groucho-marxista.

    Adesso bisognerebbe mandare tutti i leader della società, i politici, gli imprenditori, i cineasti a fare uno stage di sei mesi dai vignaioli per imparare la vita… la vite e la vita! Forse Veronelli sarebbe sorpreso di vedere quant’è forte oggi nel mondo del vino la resistenza contro la repressione della libertà, e ciò dovrebbe dare coraggio. È per questo che ho voluto portare i vignaioli nella sala: per far capire a tutti gli appassionati e ai cineasti che, nel momento più buio della storia del cinema, è forse possibile una rinascita, se facciamo qualcosa con l’intelligenza e l’etica che hanno mostrato i viticoltori, ognuno a suo modo.

    NOTE: 1 Proprietario della azienda La Biancara a Gambellara (VI) e fondatore del movimento Vinnatur. Cfr. più avanti.
    2 Riferimento al film di Nelson Pereira dos Santos,
    Como era gostoso o meo francês, al quale Nossiter ha abbinato il Moscato passito di Ezio Cerruti.

     

     

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