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Il taglio del bosco
La Maremma selvaggia sullo sfondo di un piccolo dramma di Cassola
-di Johnny Felice | in Cultura, Green Leaves, Naturafeb 5, 2012
«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo»: così iniziava uno dei capolavori di sempre della letteratura mondiale, l’Anna Karenina di Leone Tolstoi.
Cosa c’entra questo con ciò di cui vogliamo parlare questa settimana, cari lettori di Green Leaves? Parecchio, diremmo noi. L’insoddisfazione, l’infelicità, l’ispida e arrendevole noia, sono alla base della speculazione – o meglio – della profondità di speculazione, da sempre. Dai tempi di Qohèlet, che si crucciava – infelice – del peso insopportabile di quella scelta divina cadutagli appiè pari sul groppone (oltre che della caducità della vita). E di autori, artisti, istrioni, potremmo citarne a migliaia: pensiamo, ad esempio, ad una delle massime più riuscite del caro Schopenhauer: «Se la passione del Petrarca fosse stata saziata, il suo canto ne sarebbe ammutolito».
Insomma, la poesia nasce da un senso di inappagato, di sofferta e vacua scontentezza di sé, non c’è niente da fare. Ed è proprio questo l’esile filo di Arianna che congiunge ai due capi il vecchio Tolstoi con Petrarca, Kafka, Schopenhauer, Qohèlet e con ciascuno che, almeno per un giorno, almeno per una volta, si sia provato con una penna in mano, a far di quel guazzabuglio di idee e di illusioni che è la vita qualcosa di diverso, di vagamente ridicolo. Qualcosa che a volte si ha l’improntitudine di chiamare letteratura.
Ne Il taglio del bosco, racconto lungo pubblicato su Paragone nel 1950, Carlo Cassola trasforma in arte un acutissimo dolore personale: la morte della moglie avvenuta nell’anno precedente. Protagonista dell’opera è difatti Guglielmo, un trentaduenne schivo, umbratile e solitario che, perduta la moglie qualche mese prima, decide di allontanarsi dalle due figliolette (date in custodia alla sorella) per partirsene per i boschi di Maremma, a sfrondare, tagliare, divellere quel dolore lancinante ed insopportabile.
Rimarrà fuori di casa per un’intera stagione invernale, in compagnia di pochi altri uomini fidati: il giovane Germano, innamorato dei suoi pochi anni come solo i ragazzi riescono ad essere, e poi Francesco ed Amedeo, e Fiore, rifugiatosi in un indifferente mutismo proprio dopo la perdita d’un persona cara. Ed è fra questi uomini antichi, portatori d’un dolore universale e al contempo personalissimo, che si snoda la nostra vicenda: niente di speciale, col freddo e la pioggia che si susseguono incessanti per decine di pagine.
Eppure, di tanto in tanto, fra una partita di carte mal persa ed un vecchio abete difficile da abbattere, ecco che la vita fa capolino, con tutti i suoi deprecabili dubbi, le sue angoscianti messinscene: Guglielmo non ce la fa, non riesce a vivere senza sua moglie. Soltanto le stelle sanno essere davvero sole, mai gli uomini: soltanto loro, corpi freddi e senza vita, conoscono il dramma dell’uomo, la sua inattuale necessità di calore, di vita, d’amore. – Meglio vivere nel dolore, penserà Guglielmo, – che trasformarsi in vuoti automi senza sentimento, com’è stato per Fiore, che vive soltanto in attesa della fine.
E allora, quando il lavoro volge al termine e la Maremma diviene solo ricordo, quando il nostro Guglielmo sarà infine sulla strada di casa, l’idea della moglie, di quel tremendo abbandono, torna a visitarlo feroce, come un martello piantato alle tempie: e tutto il dolore riappare, inesausto, vorace. E non c’è niente da fare: niente e nessuno può venirgli in aiuto: mai in Guglielmo c’è la speranza d’una preghiera, mai la forza animale d’una orrenda bestemmia.
Siamo soli, persuasi e consapevoli della caducità del reale. Soltanto le stelle, beffarde su di noi, a mostrarci il loro inevitabile egoismo, il loro vacuo ed insensato lampeggìo.
Aveva messo il sacco a terra, e si era appoggiato al cancello del camposanto. Non gli era mai accaduto di sentirsi così disperato, nemmeno nei giorni della disgrazia. Per qualche momento farneticò addirittura: pensava di sedersi lì in terra e di lasciarsi morire. «Rosa,» mormorò- «Rosa,» disse ad alta voce. «Rosa, aiutami tu. Rosa, mandami un po’ di rassegnazione!» […] Pensava che Rosa avrebbe dovuto aiutarlo. Non era possibile continuare così. Lassù dal cielo doveva dargli la forza di vivere. E guardò in alto. Ma era tutto buio. Non c’era una stella.












