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Quanto costa una balena
Vendere le balene per proteggerle. Funzionerà
-di Marco Affronte | in Natura, Politicafeb 7, 2012
Sta facendo discutere, e molto, una proposta di tre scienziati americani, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature. Proposta che, nella sua semplicità, è pure brutale: stabiliamo quanto vale una balena, e poi mettiamole in vendita. Perché mai? Perché in questo modo potrebbero essere acquistate ad esempio dalle associazioni ambientaliste, che poi le proteggerebbero molto di più di quanto possano fare i bandi e le moratorie internazionali. Oppure, ovviamente, potrebbero comprarle una quota dagli stessi cacciatori, evitandone l’uccisione.
Prima di inorridire bisogna pensare a cosa sta succedendo di fatto, oggi. Le catture di Cetacei, dai primi anni ’90 ad oggi, sono quasi raddoppiate, dicono i tre studiosi, e tutte le iniziative di protezione, compresi i bandi internazionali, a quanto pare funzionano poco. Il tira e molla fra balenieri e anti-balenieri porta alla attuale, insoddisfacente situazione. E allora perchè non creare un mercato delle balene, dove il numero di quelle cacciate dipenda da chi acquista le quote?
Ma i tre autori vanno oltre e tirano fuori le cifre. Hanno calcolato che per ogni balena cacciata si ricava un profitto che va dai 13.000 (per una balenottera minore) agli 85.000 dollari (per una balenottera comune). Cifre troppo grosse per le associazioni ambientaliste? Sbagliato. Ogni anno le campagne contro la baleneria “bruciano” circa 25 milioni di dollari. Quante balene si comprano con questa cifra? Un esempio ancora più preciso: la Sea Shepherd Conservation Society dichiara che con la sua campagna, badate bene, multimilionaria, ha salvato 350 balenottere. Quelle stesse balenottere si sarebbero potute acquistare per 4 milioni di dollari.
Dove sta il vero nodo di questa proposta-provocazione? Nel fatto che purtroppo quello che è di tutti non è di nessuno. E se una cosa o un bene non è di nessuno, è più difficile combattere e impegnarsi per difenderlo. Non solo. Sfruttare una risorsa comune produce, per chi lo fa, grandi profitti, ma siccome la risorsa è di tutti, il danno è talmente diffuso da essere diluito e dunque molto meno percepibile.
Ovviamente, come detto, la proposta fa discutere, e non poco, e le ragioni per non essere d’accordo sono tante. A cominciare da motivi di tipo etico, sia in senso generale – dare un prezzo a un bene naturale – sia in particolare nel caso proprio dei grossi Cetacei, la cui uccisione richiede pratiche spesso crudeli e lunghe sofferenze all’animale colpito.
Ma ci sono anche ragioni pratiche. Ad esempio ammettere che le balene sono di nuovo cacciabili, sebbene pagando una quota, potrebbe invogliare altre nazioni che oggi non cacciano, a tornare sul mercato: Cina e Sud Corea hanno già dichiarato che se verranno stabilite delle quote, loro torneranno a cacciare.
Inoltre, e purtroppo abbiamo molti esempi di questo, spesso quando vengono stabilite delle quote di pesca, queste non seguono criteri di tipo scientifico, ma politico. Qui entrano in gioco trattative politiche, scambi, lobby e quant’altro può portare a una deriva delle quote, in genere in favore di paesi ricchi e potenti.
La questione è senza dubbio delicata, e l’articolo ha innescato discussioni anche molto accese. Il fatto che se ne parli già così tanto dà già un certo valore alla proposta dei tre autori, i quali concludono così «Il fervente anti-baleneria dirà subito che non puoi e non devi mettere un prezzo sulla vita di una balena; una specie dovrebbe essere protetta a prescindere dal suo valore economico. Ma finchè tutte le nazioni non saranno convinte o forzate ad adottare questa visione, la baleneria continuerà».












