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Attenti allo squalo!
Qualche chiarimento sulle “leggende metropolitane” degli squali che attaccano l’uomo
3 Commenti »di Marco Affronte | in Naturafeb 16, 2012
Il fenomeno degli attacchi di squali verso esseri umani non è mai stato veramente tale. Nonostante ogni notizia del genere faccia ovviamente molto scalpore sui media, i numeri degli attacchi di squali sono davvero risibili. Basta dare un’occhiata al sito dell’International Shark Attack File, cioè il registro mondiale degli attacchi, per rendersi conto che si parla di poche decine di casi all’anno, pochissimi dei quali mortali. Dal 2000 al 2011 sono stati registrati in media circa 67 attacchi all’anno; di questi 5,5 è la media di quelli mortali ogni anno. Pur parlando di persone che perdono la vita, quindi con il dovuto rispetto, i numeri sono tutto tranne che indice di un qualunque fenomeno. Sono, semplicemente, casualità.
I dati disponibili sono abbastanza precisi e completi in quanto, ormai da oltre 50 anni, l’American Elasmobranch Association e il museo di Storia Naturale della Florida, registrano ogni caso di attacco da squalo in un database: l’International Shark Attack File. Dentro questo contenitore sono ormai più di 5000 i casi registrati, in quanto è stata eseguita anche un’approfondita ricerca storica, che ha consentito di risalire a segnalazioni che datano addirittura al 1500.
Ovviamente i dati sono fatti, in definitiva, di numeri e questi possono dire tutto e il contrario di tutto, dipende da come si leggono. Ad esempio, un errore grossolano e frequente è quello di dichiarare, osservando i dati del database, che “gli squali stanno diventando sempre più aggressivi verso l’uomo”. Da cosa lo si deduce? Da un grafico che mostra una inequivocabile crescita di questi eventi, dal passato ad oggi, e in particolare nell’ultimo secolo. Ma a cosa sarebbe mai dovuto questo rinnovato interesse degli squali per prede così poco “convenzionali”, come i bipedi terrestri? Ovviamente non esiste nulla del genere. La spiegazione, semplicissima, sta in due fatti: primo, con il diffondersi dei media è molto più facile che si venga a conoscenza di questi fatti, che, per quanto eclatanti, difficilmente in passato potevano superare una diffusione più o meno locale, e magari solo orale.
Il secondo motivo, ancora più valido, parte dalla considerazione che, dai primi del secolo scorso, è diventato molto più facile “incontrare” uno squalo. I bagni in mare, che oggi diamo per scontati, sono un’attività ricreativa che ha un secolo di vita, o poco più. Per non parlare poi della diffusione delle immersioni subacquee, o degli sport acquatici. Insomma, il mare come attività ricreativa ha una storia recente, ed è ovvio che siano in costante aumento le possibilità di incontrare i suoi abitanti, squali compresi.
In ogni caso, le specie realmente pericolose sono in pratica solo 3 o 4, su un totale di circa 450 specie di squali esistenti. Quindi anche parlare di “squalo” come animale pericoloso, è una corbelleria. Dipende dalla specie, e comunque, come già detto, sono davvero pochissime quelle da temere. Ovviamente lo squalo bianco, che, date le dimensioni (fino a 7 metri, di solito attorno ai 5 metri), ovviamente mangi prede molto grandi. Poi lo squalo tigre, anch’esso di grandi dimensioni, vorace e praticamente onnivoro. Infine lo squalo toro (non il pacifico bestione che si vede in tutti gli acquari, che noi chiamiamo toro mentre gli anglosassoni chiamano tigre dell sabbia), specie molto curiosa e aggressiva, la quale, tra l’altro, risale anche i fiumi.
Infine, resta il fatto che noi non siamo prede abituali degli squali, non ci cercano (e magari manco ci vogliono), e le possibilità di essere attaccati da uno squalo, dati alla mano, sono vicine allo zero. Dal 1959 al 2010, negli Stati Uniti sono morte 1970 persone colpite da un fulmine (38 all’anno), mentre solo 26 sono state uccise da squali (0,5 all’anno).
Per i più scettici vale la pena di aggiungere che la USLA (United States Lifesaving Association), cioè in pratica l’associazione dei bagnini di salvataggio americani (avete presente Baywatch) hanno calcolato che sulle coste americane le probabilità di essere attaccati da uno squalo sono 1 su 11,5 milioni. Quelle di affogare, 1 su 3,5 milioni. Meglio imparare a nuotare, dunque.















ottimo articolo , giusto un paio d appunti da fare le specie molto/medio alto pericolose sono una decina … vi è una 3 causa per gli attacchi che l impoverimento della fauna marina dovuta alla pesca intensiva ed inquinamento … ovvio che nn trovando le prede naturali ripieghino su dei surrogati… c è da dire che gli squali nuotano sempre , altrimenti morirebbero soffocati, e quindi hanno bisogno di un grossissimo quantitativo di calorie… cmq fa i complimenti all autore
)) ps : ultima causa anche s eminoritaria consiste nell food shark given , quando i sub danno d amangiare qagli squali a volte presi dallo stato d euforia da cibo possono azzannare braccia e gambe con risultati molto prevedibili !!!
Grazie Piero.
Sul fatto che le specie pericolose siano una decina non sarei cosi convinto. Ad esempio lo squalo nutrice non farebbe male ad una mosca, ma passa molto tempo fermo sul fondo, e spesso i sub lo… stuzzicano per farci le foto e questo reagisce. E incredibilmente, è ai primi posti fra i responsabili degli attacchi. Ma ti pare pericoloso?
Invece non sono assolutamente d’accordo sul fatto che l’impoverimento della fauna marina (fatto assolutamente vero) faccia ripiegare gli squali su “surrogati” se per surrogati si intende l’uomo. L’incontro con l’uomo è talmente raro che resta una casualità, senza nessuna “strategia” ecologica di fondo.
Hai ragione, lo so. Io stessa una volta avevo letto statistiche secondo le quali era infinitamente più probabile morire in seguito ad una puntura di vespa che non a causa di un attacco da parte di uno squalo. Ma, come giustamente fai notare tu, oggi gli attacchi di squalo fanno notizia e, aggiungo io, da sempre, “sangue” è una delle “s” del giornalismo che fanno vendere i giornali e impennare i dati di ascolto.
Speriamo che, anche grazie alle parole di post come il tuo, si diffonda la conoscenza.