• Quando la pesca uccide la barriera corallina

    Succede in Kenia: storia di un ecosistema minacciato, come al solito, dall’ingerenza umana

    Non è possibile intervenire in un sistema naturale, prelevando o modificando un suo componente, senza avere effetti anche sul resto del sistema. In una catena alimentare marina, pescare con assiduità una specie che ne fa parte, porta ad inevitabili, ma spesso difficilmente “leggibili”, conseguenze.

    Questi effetti che da un livello della catena trofica hanno ripercussioni su altri livelli, si chiamano “trophic cascades”. Puoi leggerne più in dettaglio in questo articolo.

    Le prove di questi effetti negli ambienti marini sono relativamente recenti, ma si moltiplicano sempre di più.

    Alcuni ricercatori dell’università della California hanno pubblicato uno studio sulla rivista Coral Reefs, relativo ai coralli delle acque del Kenia. Questi coralli mostrano segni di sofferenza notevole. Gli studiosi hanno infatti notato la forte riduzione, in quella barriera corallina, delle cosiddette alghe coralline incrostanti. Questi organismi producono dei depositi di calcio nelle pareti delle cellule del loro corpo, e formano così uno strato duro, incrostante appunto, sui substrati dove crescono. Questo strato aiuta a costruire la barriera corallina e soprattutto la stabilizza.

    Ma non è tutto: le alghe coralline producono delle sostanze chimiche che inducono la colonizzazione da parte dei coralli. Nelle loro forme larvali infatti, i coralli sono animaletti microscopici che vivono liberi in acqua, dove fanno parte del plancton. A un certo punto del loro ciclo vitale questi si fissano su un substrato, e da lì iniziano la loro vita sessile (cioè appunto fissa), costruendo la barriera corallina. Le sostanze prodotte dalle alghe coralline stimolano proprio questa fase di passaggio. La colonizzazione dei coralli è fondamentale per la crescita della barriera corallina, e anche per la ricostruzione di barriere “disturbate”, e le alghe incrostanti sono dunque essenziali in questo processo.

    In Kenya, i ricercatori hanno dunque indagato sui rapporti fra le alghe coralline e il numero di coralli giovani presenti, in tre diverse condizioni della barriera: dove si può pescare, dove la pesca è in qualche modo limitata, e dove è del tutto vietata.

    Hanno così scoperto che dove la pesca è consentita, anche con limitazioni, vi si trova un numero troppo elevato di ricci marini. Questi ricci mangiano, raschiandole dal substrato, le alghe coralline, che dunque in queste aree sono davvero scarse. E anche la densità del corallo è molto bassa: qui la barriera corallina soffre. E’ chiaro che nelle aree dove si pesca, le reti portano via i pesci che predano i ricci di mare, che così crescono indisturbati, oltre i limiti naturali che sarebbero imposti dai predatori, se questi ci fossero. E’ l’effetto a cascata, di cui si parlava all’inizio.

    La maggior parte dei coralli giovani trovati nelle indagini crescevano su “letti” di alghe coralline. I giovani di quattro famiglie di corallo comuni erano più abbondanti sulle alghe coralline che su qualsiasi altro substrato. I risultati suggeriscono dunque che la pesca può indirettamente ridurre il successo dei coralli giovanili, riducendo l’abbondanza degli insediamenti di alghe coralline.

    Lo studio, infine, non mostra alcuna differenza tra le aree dove la pesca è possibile e quelle dove è semplicemente limitata, quindi la limitazione di alcuni tipi di pesca non garantisce la protezione di quel sistema, almeno a livello di ricci marini e alghe incrostanti.

    Come scrivono i ricercatori stessi: “Al di fuori delle aree protette, stiamo assistendo al collasso dell’ecosistema. Quando si guardano gli effetti della pesca, non si può pensare solo alle specie che vengono rimosse. Bisogna guardare a come gli effetti si propagano nell’ecosistema”.

     

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