• Panni sporchi

    22 marzo, giornata dell’acqua: il rapporto di Greenpeace sull’inquinamento legato alla produzione tessile

    foto da flickr.com

    Per  la giornata mondiale dell’acqua, oggi 22 marzo, Greenpeace ha redatto un report che ci dice molto sui brand dei più comuni capi d’abbigliamento. Cosa hanno in comune acqua e magliette di H&M? Lo scopriamo subito.

    Esistono alcune sostanze pericolose usate per produrre abiti che, rilasciate anche solo dopo il primo lavaggio casalingo, inquinano laghi e fiumi. Una delle sostanze in questione si chiama nonilfenolo etossilato, un nome come tanti per chi non mastica bene la chimica, ma un nome pericoloso per l’ambiente e per l’uomo poichè questo composto si trasforma in qualcosa di più pericoloso e persistente: non si degrada facilmente,  è bioaccumulante perché si accumula lungo la catena alimentare e può alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a livelli molto bassi.  In pratica le aziende produttrici dei capi d’abbigliamento che usano queste sostanze rendono i consumatori complici inconsapevoli dell’inquinamento, certo non è un segreto che le catene low cost di vestiti sfruttino lavoratori e inquinino l’ambiente anche se ci sono state delle operazioni di green washing più o meno sospette, pensiamo ad H&M che per un periodo ha venduto T-shirt  prodotte esclusivamente con “cotone naturale”…

    La prova che ha fatto Greenpeace  è semplice: lavare in lavatrice 14 capi di brand diversi, tra cui l’italiana Kappa, come facciamo tutti, e analizzare gli stessi capi dopo il lavaggio: “I risultati dimostrano una generale perdita di queste sostanze(nonilfenoli etossilat, appunto) dopo un solo lavaggio, in quantità variabile tra le marche e, fra queste, a seconda se l’analisi è stata condotta solo sul prodotto in tessuto o sui campioni contenenti stampe in plastisol.”

    Un singolo lavaggio può estrarre oltre l’80% del nonilfenolo etossilato presente nei capi che una volta entrato negli scarichi non è trattenuto dagli impianti di trattamento delle acque. Anche se gli scarichi tossici delle fabbriche tessili si riversano direttamente nei fiumi dei Paesi di produzione come Cina, Vietnam, Filippine, Thailandia, Sri Lanka e Turchia,e questa diciamo non è una novità, la loro filiera produttiva ha un grave impatto anche sulle risorse idriche dei Paesi occidentali e  anche laddove esistono restrizioni sull’uso industriale dei nonilfenoli. L’Unione Europea, infatti, ha bandito le sostanze inquinanti dalla produzione ma non dal mercato, restrizioni che si riducono ad un nulla di fatto perchè i Paesi dove sono localizzate le fabbriche non ne  hanno.È  in corso di elaborazione, comunque,  una restrizione per i prodotti in vendita che contengono un certo livello di nonilfenoli etossialti, una iniziativa importante che impedirà ai vestiti importati di contenere queste sostanze.

    Cosa chiede Greenpeace e cosa dovrebbero chiedere i consumatori?

    A tutte le aziende, incluse quelle che sono parte di quest’ultima indagine, di diventare campioni di un futuro senza sostanze tossiche azzerando tutte le emissioni e applicazioni dei composti pericolosi dalle catene di fornitura e dai prodotti finiti e ai governi di adottare azioni restrittive al fine di restringere sempre più l’uso di sostanze dannose.

    Il report completo è qui

    OkNotizie

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