• Il saccheggio degli Oceani

    I grandi pescherecci stanno prosciugando le ultime riserve di pesce del pianeta. Un’inchiesta dell’International consortium of investigative journalists e tradotta in Italia da Internazionale n

    Dell’industria della pesca intensiva e dei danni che opera a livello mondiale si è detto molto. Decimazione della flora ittica, piccoli pescatori tagliati fuori da grandi compagnie, violazione di regole che non soddisfano nessuno, norme igieniche discutibili. Gli argomenti dolenti, è il caso di dirlo,  sono una marea. L’analisi dell’International consortium of investigative journalists, raccontata su Le Monde e tradotta da Internazionale, mostra il dissennato sfruttamento delle risorse del pianeta mettendo anche bene in evidenza quali sono i meccanismi economici e politici che ci stanno dietro.

    L’inchiesta parte dalla la storia del sugarello, molto comune nell’Oceano ma la cui popolazione è calata del “65% dal 2006 al 2011″. Le domande principali sono due:

    • si può fermare una simile decimazione ?
    • ha senso un sistema di quote, se si come potrebbe funzionare e chi lo gestirebbe ?

    La risposta al primo interrogativo è ovvia “si può e si deve“, quella al secondo è data dal biologo marino Eduardo Tarifeño: “Non ci sono più sugarelli né naselli né acciughe. Zone di pesca che producevano più di un milione di tonnellate all’anno sono esaurite a causa della pesca intensiva”. Tarifeño è uno dei due scienziati del Cnp, il consiglio nazionale della pesca cileno, ed è favorevole alle quote. Ma l’organismo vota a maggioranza e il 60 per cento dei suoi membri appartiene all’industria ittica.

    Se ne deduce che le quote non funzionano perché gli Stati non vogliono farle funzionare: non vogliono perdere pescato e introiti e non vogliono nemmeno farsi superare da altri paesi concorrenti.

    A gennaio i delegati di diciotto paesi si sono riuniti a Santiago per discutere di come fermare il saccheggio dei mari, ma non hanno fatto grandi passi avanti. Le trattative per l’istituzione della South Pacific regional isheries management organization (l’Organizzazione per la gestione dell’industria ittica nel Pacifico meridionale, Sprfmo) sono cominciate nel 2006 per iniziativa dell’Australia, della Nuova Zelanda e del Cile, un paese che di solito evita questo tipo di accordi internazionali. L’obiettivo era proteggere alcune specie di pesci, in particolare i sugarelli. Ma ci sono voluti quasi quattro anni perché i 14 paesi coinvolti adottassero delle misure concrete. E finora solo sei nazioni hanno ratificato l’accordo. Nel frattempo le lotte industriali hanno continuato a farsi una spietata concorrenza nelle acque di nessuno del Pacifico del sud.

    L’accordo quindi non c’è, o viene sempre rimandato, come avviene per molti trattati internazionali. Anziché contendersi il merito di aver salvato il pianeta e i suoi abitanti acquatici, si pensa egoisticamente “può farlo qualcun altro”. Se anche il sistema quote fosse vincolante, sarebbe comunque facilmente aggirabile con trucchi che ricordano quelli delle evasioni in paradisi fiscali:

    gli armatori trovano sempre il modo di aggirare le norme. Per fare un esempio, la Unimed Glory, una consociata della società greca Laskaridis Shipping, ha tre pescherecci che operano nel Pacifico del sud. Appartengono alla Grecia, che fa parte dell’Unione, ma battono bandiera di Vanuatu, un’isola del Pacifico, e sono quindi esenti dai controlli di Bruxelles. In questo modo possono pescare più sugarelli di quanto sarebbe consentito.

    I soldi infine, le multinazionali della pesca non solo fanno profitti milionari, ma godono di sovvenzioni apparentemente senza limiti.

    Secondo uno studio condotto da Rashid Sumaila con l’oceanografo Pauly e altri colleghi della British Columbia university, nel 2003 – l’ultimo anno per il quale esistono i dati – le sovvenzioni sono comprese tra i 25 e i 29 miliardi di dollari. Una cifra tra il 15 e il 30 per cento del totale è stata usata per acquistare carburante e consentire così alle imbarcazioni di allontanarsi molto dalla costa, mentre circa il 60 per cento è stato usato per aumentare la stazza delle imbarcazioni ed equipaggiarle meglio. Secondo questi calcoli, la Cina ha erogato sussidi per 4,14 miliardi di dollari e la Russia per 1,48 miliardi. Un rapporto pubblicato nel dicembre del 2011 da Greenpeace,  che ha analizzato i bilanci della Pfa, ha rivelato che tra il 2006 e il 2011 il consorzio olandese aveva ottenuto sgravi fiscali sul carburante tra i 20,9 e i 78,2 milioni di euro.

    L’ultima domanda è “come si esce da questa situazione?”. Il timore è che si arrivi ad un punto di collasso che può solo sfociare in guerre o simili. Gli scienziati intervistati vorrebbero soluzioni drastiche, che difficilmente sarebbero approvate, ma che comunque pongono davanti ad un bivio: “come biologo dovrei imporre un blocco alla pesca per cinque anni. Ma come funzionario pubblico devo essere realista. Per motivi economici e sociali non possiamo farlo”.

    La scelta pare tra sacrifici controllati subito o disastro incontrollabile in futuro.

    OkNotizie

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Discussione Un commento

  1. 2 settembre 2012 alle 12:17

    [...] un articolo splendido sull’Internazionale, uscito precedentemente per Le Monde, s’intitola Il saccheggio degli oceani e racconta in modo esemplare come i pescherecci europei, asiatici e sudamericani si spingano in [...]

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