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L'Emilia-Romagna riprende in mano la bandiera del NO agli ogm. Era previsto per il 28 gennaio scorso l'accordo tra Stato e Regioni in merito all'introduzione anche nel nostro paese degli ogm in agricoltura; il documento d'intesa sulla coesistenza di colture geneticamente modificate e agricoltura tradizionale e biologica è stato ritirato su iniziativa dell'assessore regionale all'agricolura Tiberio Rabboni, che ha rilanciato la proposta di un incontro preliminare che possa coinvolgere i rappresentanti del mondo agricolo, come dei movimenti ambientalisti e dei consumatori.
In Emilia-Romagna, come a livello nazionale, le posizioni di Rabboni sono ampiamente condivise e la perplessità verso un'apertura definitiva agli ogm sono trasversali; a partire dal ministro Zaia, continuando con Coldiretti e Confagricoltura che, sebbene non contraria in linea di principio all'apertura alle colture ogm, riconosce che la linea normativa dell'Unione Europea sul tema è alquanto contraddittoria.
Ma facciamo un passo indietro. L'Europa si occupa di regolamentare l'introduzione degli ogm da ormai vent'anni; è del 1990 la prima direttiva che regola la diffusione sul territorio europeo di organismi geneticamente modificati autorizzati. Negli anni succesivi, gli stati membri e in prima linea la Francia, hanno chiesto e ottenuto un blocco alla diffusione di ogm; da una parte si emanano direttive e regolamenti sulla tracciabilità, l'autorizzazione e l'etichettatura dei prodotti contenenti ogm, dall'altra però, la facoltà di scegliere concretamente se coltivare ogm o meno è stata lasciata alle regioni. Questo ha fatto sì che in Italia ben 13 regioni, inclusa l'Emilia-Romagna, si siano ufficialmente dichiarate "ogm free", e in Europa è nata una rete di zone anch'esse determinate a non permettere la coltivazione di piante geneticamente modificate sul loro territorio. Si trova allora l'escamotage della "coesistenza", ci sarebbe spazio per un'agricoltura "di nuova generazione" accanto a quella tradizionale e quella biologica. Propio questo tema era in discussione il 28 gennaio alla conferenza Stato-Regioni: è in realtà possibile la convivenza di sistemi agricoli così diversi? O per meglio dire, ci conviene? L'introduzione dei mais e altre piante ogm costituirebbe una minaccia soprattuto per la produzione biologica italiana; il problema della contaminazione delle colture attraverso il polline gm esiste e lo lamentano da anni anche gli agricoltori di paesi, come il Canada e gli Stati Uniti, ormai invasi da soia e mais geneticamente modificati, dove le superfici interessate all'agricoltura sono enormemente maggiori rispetto a quelle frammentate del nostro paese e dovrebbero quindi, il teoria, garantire una maggiore sicurezza. Sicuramente le motivazioni degli "ogm-free" sono molto più ampie rispetto alla sola questione della contaminazione genetica, c'è in gioco la dipendenza economica dei produttori dalla multinazionali sementiere e l'impatto degli ogm sulla salute degli ecosistemi. I dubbi sulla pericolosità per la biodiversità vegetale, per gli insetti utili e per la salute umana, nonostante vengano zittiti da più parti, per noi restano in piedi, se non altro per la scarsa quantità di studi approfonditi su un tema scottante come questo, cosa che lascia suppore una forte pressione da parte di chi i semi ogm li vende e li brevetta. D'altra parte mi sembra lecito chiedersi quanto senso abbia ragionare sull'opportunità degli ogm, quando sappiamo bene che di fatto ce li abbiamo già nel piatto, visto che la grande maggioranza del mais e della soia nel mondo è geneticamente modificata. Una risposta me la suggerisce proprio l'iniziativa di Rabboni: di fatto i nostri politici si trovano a mediare tra una forte pressione internazionale da parte delle ditte sementiere che vedono aprirsi un vasto mercato, e un'opinione pubblica che in europa sembra decisamente critica e schierata contro gli ogm e, se non altro, si fa domande e coltiva dubbi.
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