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Fare ritorno nei luoghi della propria infanzia fa sempre uno strano effetto, non solamente perché ciò che un tempo ci sembrava enorme e meraviglioso ora ci appare modesto e insignificante. Si corre il rischio di rimanere delusi, spaesati, senza radici, di dover mettere in discussione la propria identità, così certa e forte quando si vive lontano. Si potrebbe inoltre rimanere sconvolti sia dai cambiamenti che pure dall’immobilità di gente e territori che oggi si rivede con occhi diversi, forse più lucidi. Questa è la posta messa in gioco da Gianni Celati nella raccolta di racconti intitolata Narratori delle pianure, ed in particolare nel Ritorno del viaggiatore il cui protagonista vaga tra le campagne emiliano-venete, dove l’acqua del Grande Fiume diventa mare, alla ricerca del paese in cui nacque sua madre. Ciò che lo aspetta non è però la bucolica immagine di vita rurale, semplice e serena che si era rappresentato negli anni trascorsi in città, ma una sbiadita fotografia da dopoguerra, colorata nei cupi toni grigi del cemento e dello smog. Sui lati della strada case non molto alte con facciate disadorne e uniformi dello stile dopoguerra. E in quel posto anche adesso sembrava di essere in un dopoguerra, dopo un disastro di cui nessuno aveva sentito parlare. La strada per tutta la sua lunghezza era dedicata ai servizi di sopravvivenza essenziali, elettrodomestici, tabaccheria, agenzia d’affari, farmacia, negozio di capi per donna, e in fondo al viale una scatola grigia senza tetto era un cinema che si chiamava soltanto CINEMA; proiettavano un film porno. C’era una giostra vuota, le macchine d’un autoscontro ricoperte di plastica, e tutto quanto così asfaltato come se gli uomini dovessero dimenticare per sempre com’è fatta la superficie della terra. È soprattutto l’asfalto delle carreggiate a farla da padrone: strade provinciali che conducono a strade statali, che s’immettono in superstrade, che raccordano autostrade a quattro corsie; camion e macchine che corrono sotto la pioggia, senza uno scopo, senza un perché. Sembra che questi autisti si muovano in continuazione e inutilmente per la paura di scoprirsi un giorni immobili, inerti. Queste genti pallide di nebbia abbandonano i campi e scappano dalle campagne. Ma non trovano rifugio in città, bensì in un suo pessimo surrogato, lungo una qualunque via ad alta percorrenza, determinando la catastrofica morte della genuina vita agricola originaria. Sparse tra i campi case abbandonate col tetto sfondato, e invece lungo la strada case moderne. (…) Una lunga fila di case del dopoguerra, con negozi di abbigliamento, di articoli sportivi, di elettrodomestici, molti bar. Dall’altra parte questo paese si apriva verso terreni devastati, macerie fino ad un punto lontano dove vedevo solo sassi e mota. Sembrava d’essere in un avamposto, dei cani rovistavano in un mucchio di spazzatura.
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